Cosa chiediamo al nostro corpo?

Le cose che ho chiesto al mio corpo negli ultimi mesi sono state tantissime e dalle svariate connotazioni, una maratona di fatica, lacrime e sensazioni altalenanti dalla rabbia alla paura, dalla felicità alla tristezza più assoluta. Anche lui, il mio corpo, mi ha chiesto molto, ma io lo ringrazio perché insieme abbiamo superato prove dure e spostato un pochino più in là l’asticella di quelli che credevamo essere i nostri limiti.

Ho chiuso l’anno con la testa occupata dalla ricerca di un secondo figlio che non voleva arrivare, da quella sensazione di inadeguatezza mista a tristezza e rassegnazione, piena di quella frustrazione per non riuscire a capire perché non era mai il momento giusto, perché se esiste un piano per ognuno di noi …il mio dove mi stava portando? E perché avevo bisogno di elaborare tutto costantemente e dolorosamente per non accumulare stress e negatività?

Insomma se con la prima bimba tutto mi era sembrato semplice e immediato, qui la strada iniziava ad essere in salita e il mio corpo a tratti non mi apparteneva più, era diventato un calcolatore di giorni fertili, un termometro per misurare la temperatura basale, un involucro che doveva essere il più possibile reattivo a comando.

Una mattina di inizio gennaio decido di distrarmi un attimo, prendo la macchina per pranzare con il mio compagno che si trovava al lavoro. Lungo la strada, a pochi chilometri da casa vengo coinvolta in un incidente frontale e lì il mio corpo riceve il primo grande scossone, doloroso e non voluto.

C’è il sole, ascolto musica, sono felice. Indosso la mia maglietta preferita, un maglioncino nuovo e la mia sciarpa coloratissima, morbida e avvolgente.

Vedo la macchina nella corsia opposta arrivare dritta verso di me, penso che rientrerà a breve nella sua carreggiata.

Perché non rientra? Suono, mollo i pedali, stringo forte il volante tra le mani e chiudo gli occhi quasi a voler negare l’imminente futuro.

Quei fatidici secondi che sembrano non passare mai perché devono contenere tutti i pensieri che la tua testa riesce lucidamente ad elaborare, gli occhi che si chiudono in attesa dell’inevitabile, la Paura quella vera.
La Vita che ti passa davanti ad immagini chiare e nitide: Carola Sofia e il suo sorriso, Alessio e gli occhi che mi hanno fatto innamorare perdutamente.

Il vuoto, il buio e ancora la Paura fottuta che non auguro di provare a nessuno.

Il Terrore di non riuscire a tornare a casa a riabbracciare la mia famiglia, ho pensato di morire ed è una sensazione orribile che ancora oggi, a distanza di mesi, non mi abbandona.

La botta, spaventosa nel movimento e nel rumore. La lamiera che si piega, i vetri che si spaccano e l’impatto che sprigiona energia nera.

E poi il silenzio e ancora la Paura.

Respiro e apro gli occhi appena mi rendo conto di essere ancora sulla Terra, di essere ancora Viva.
Mi sono toccata le gambe e ho provato a muoverle all’interno dell’abitacolo.
C’ero tutta, forse non nella mia piena integrità psicofisica, ma c’ero e la mia testa aveva già iniziato a comandare il mio corpo nei gesti routinari che si fanno quando si parcheggia solitamente l’auto e poi si scende per andare a fare la spesa.
La radio che parlava, i miei occhiali volati chissà dove, la testa lucida e il corpo in balia del tremore.

Il fumo che invade la macchina, devo scendere e capire davvero cosa mi è successo.
Non lo so se lo voglio capire davvero ma corro fuori tirando un calcio alla portiera che non vuole aprirsi a causa del botto che l’aveva modificata nella forma.

Sono in piedi, fragile sulla strada. Mi tocco ancora le gambe e le braccia, poi il collo e la testa e mi guardo intorno.
L’adrenalina si impossessa di me, corro verso l’altra macchina.

Un uomo, con la testa appoggiata all’airbag scoppiato. I suoi occhi sono chiusi, sembra dormire.

Non so cosa fare. Adesso sono confusa e sotto shock.

Si avvicinano le persone che avevano assistito all’impatto dalle loro auto o dai negozi lì vicino.

Mi allontanano da questo signore, ci penseranno loro.

Io cosa devo fare adesso?

Faccio qualche passo indietro, guardo le auto accartocciate e noto una lampadina intatta sull’asfalto. Riesco anche sorridere e penso che è stata fortunata a salvarsi…proprio come me.

Prendo un grande respiro aiutata dagli altri automobilisti che si sono fermati. Entro in auto, recupero occhiali e cellulare e chiamo Alessio ( il mio compagno e infermiere nell’ospedale in cui volevo andare a farmi visitare).

“Ale ho avuto un incidente, la macchina è distrutta ma io sto bene, sono in piedi, ho avuto tanta paura ma sono in piedi, la macchina è un disastro”.

Polizia, soccorritori e passanti gentilissimi. Mi affido alle loro parole e ai loro gesti delicati, mi calmo e tranquillizzo al pensiero che entro poche ore sarò di nuovo a casa mia. Tutti continuano a ripetermi che sono stata davvero fortunata, che avrebbe potuto ammazzarmi. Sì, ammazzarmi. La Morte è entrata nella mia testa e ha attraversato il mio corpo per una manciata di secondi, mi ha trafitto ma non trascinato con sé.

Seduta in ambulanza tremo al pensiero di poter essere incinta, proprio in quel momento.

Arrivo in ospedale e finalmente posso abbandonarmi in un pianto liberatorio abbracciata ad Alessio.
Lascio su quel lettino tutta la mia paura, il panico,l’angoscia e prendo un po’ di coraggio mischiato a una massiccia dose di antidolorifici.

Analisi su analisi, lastre e quant’altro. Il test di gravidanza negativo, e questa volta mi sento sollevata per il risultato.

Esco dall’ospedale con la consapevolezza di essere fatta ora di pezzetti da ricomporre, ma di esserci ancora e di poter ripartire da qui. Dallo spavento che ti segna e che picchia forte sul collo e sulle vertebre che reggono la testa, il collegamento tra i miei pensieri e le mie azioni.

Corpo1

Corpo2

Prove di sdrammatizzazione in ospedale.

Qualche giorno dopo, l’arrivo del ciclo segna ancora un nuovo inizio. Ma non sono ‘sul pezzo’ come i mesi scorsi, il mio corpo è concentrato sulla guarigione e sull’essere sempre sorridente e brillante per la mia bimba, nonostante il trauma e i dolori.

Eppure qualcosa succede, e ovviamente accade quando meno te lo aspetti e quanto più è lontano il pensiero dal desiderio.
Test positivo. A un mese dall’incidente,un’altra volta io e il mio corpo dobbiamo riavvicinarci e viaggiare in sintonia, la Vita si insinua timida nel mio corpo e la felicità finalmente nel mio cuore.

Il mio corpo ha deciso che per me è arrivato il momento di ospitare un’altra Vita, un’altro corpo.
Ma è una decisione che dura poco.

Troppo poco.
E di nuovo, il mio corpo mi chiede qualcosa, uno sforzo immenso. Mi chiede di superare anche questa montagna.

L’aborto.

Una nuova Vita…arrivata in un momento inaspettato e forse non così pronta a combattere. Come probabilmente non lo ero io, come ha deciso il mio corpo per me.
Ma ho lottato, seduta per ore nella sala di attesa di un altro ospedale aspettando risposte che già conoscevo, aspettando parole che sarebbero comunque arrivate anche se non volevo sentirle. Aspettando che il mio corpo facesse quello che riteneva giusto. Giusto per lui, non per me, ma non mi ha mai chiesto casa ne pensassi davvero.

Seguono giornate di pianti inconsolabili e tristezza fine come la sabbia del deserto, che si insinua in ogni interstizio del cuore e dell’anima.

Ad ogni risveglio mi ripeto che ce la posso fare. Che tutto ha un perché, anche se ancora non lo vedo.

Lo vedrò qualche settimana dopo l’aborto. E si paleserà con 2 linee rosa sull’ennesimo test di gravidanza comprato nell’ultimo anno, con le nausee che non abbandonano il mio corpo messo a dura prova dagli eventi degli ultimi mesi, con la Vita che questa volta prepotentemente ha deciso di sfondare le mie difese deboli ed in perenne (ri)costruzione.

A questo punto, ora, io ringrazio il mio corpo per essere stato così buono e paziente con me, per non avermi abbandonato in quella macchina ed essere stato forte e resistente, per aver lasciato andare in silenzio e con totale Rispetto quel piccolo, piccolo soffio di Vita, per avermi ascoltata quando la fatica raggiungeva livelli di allarme preoccupanti, per tutti i segnali che ha sapientemente saputo lanciarmi e dosare nel tempo.

Lo ringrazio per aver deciso di custodire gelosamente le mie preziosissime bambine, Carola Sofia (donna forte e sapiente) e ora Olivia Linda (ardente, portatrice di pace e scudo del popolo).


Grazie per aver deciso di farmi vedere la luce anche nei miei occhi chiusi ermeticamente, dove la luce non esisteva. In quella lampadina intatta sull’asfalto che continua a farmi pensare, nel mio quotidiano vivere alla ricerca di un faro nel mare che mi indichi la direzione, negli occhi delle persone che mi amano e che si prendono cura di me sempre come vivessi in un eterno stato di infanzia e di costante bisogno di contenimento, per avermi fatto prendere la decisione di andarmene via lontano dalle situazioni poco chiare e senza definizione.

Grazie caro Corpo, che non sei solo involucro e contenitore ma parte di uno spazio più ampio e non delimitato di questi miei infiniti panegirici mentali.

Francesca Calori