Ottobre è il mese della sensibilizzazione sulla morte perinatale. L’Associazione CiaoLapo Onlus organizza da anni tantissime iniziative e congressi perhè la morte perinatale non sia più un tabù, perchè le donne e le coppie che subiscono un aborto, naturale, terapeutico o una morte perinatale, possano condividere il loro dolore, possano sentirsi compresi e rispettati. Perchè gli operatori sanitari, “possano migliorare significativamente la loro professionalità e il loro modo di prestare assistenza alle coppie e alle famiglie in lutto.”
L’elaborazione del lutto, sia che si tratti di un aborto nelle prime settimane di gravidanza o di una morte perinatale, ha bisogno di tempi che vanno rispettati, sia dai famigliari che dal personale medico. CiaoLapo ci ricorda che è “fondamentale non solo dal punto di vista medico ma da quello psicologico lasciar passare un sufficiente lasso di tempo dalla morte del bambino prima di affrontare una gravidanza successiva, soprattutto se le perdite sono avvenute nel secondo e terzo trimestre di gravidanza o dopo la nascita.”
Nel frattempo è importante intraprendere un percorso con professionisti formati ad accogliere, con il loro dolore, queste donne e queste coppie. E nella formazione ancora una volta il ruolo di CiaoLapo è fondamentale.
Viviamo però in una società dove spesso impera la regola del “chiodo schiaccia chiodo”, dove la sensibilità spesso è vista come ua debolezza, dove il fallimento spesso si traforma in tragedia.
Nonostante il fatto che quasi una gravidanza su quattro si trasformi in una perdita, spesso a causa di anomalie cromosomiche e altri fattori simili che sono al di fuori di ogni controllo, la nostra società fatica ad accettarlo e chiude occhi e orecchie di fronte al dolore altrui.
Quante donne, ma anche quanti uomini si vergogano di mostrare il loro dolore? Quanti soffrono in silenzio per paura di veder minimizzato o ridicolizzato il loro stato d’animo? Quando invece basterebbe uno sguardo empatico o ancora meglio un abbraccio in silenzio per far capire che comprendiamo il dolore di una perdita così importante?
Chi ha perso un figlio sa bene quanto ci si possa sentire isolati e incompresi nel proprio dolore, che invece di essere espresso viene soffocato, racchiuso nell’animo più profondo dove però continua a scalpitare e a chiedere aiuto, a chiedere di essere liberato e capito.
#IHadAMiscarriage
C’è una iniziativa che non solo vuole dare voce per immagini al dolore, ma vuole al contempo scuotere gli animi per sensibilizzare sui lutti in gravidanza e incoraggiare le donne a condividere e discutere la loro tensione emotiva e il loro dolore legato alla perdita di un figlio.
Questa inziativa, portata a vanti dalla dott.ssa Jessica Zucker, psicologa clinica specializzato in salute mentale riproduttiva e materna, la trovate su Instagram con l’hashtag #IHadAMiscarriage.
Jessica Zucker, dopo aver vissuto lei stessa un aborto a 16 settimane e dopo aver ascoltato tantissime donne che evavano subito una perdita in gravidanza, aveva realizzato che la maggioranza delle donne provano sentimenti di vergogna e senso di colpa a seguito della perdita di un figlio. Perché le donne si sentono così sole e isolate?
In questo mese di ottobre, che come ogni anno viene dedicato al Babyloss, Jessica Zucker ha lanciato un ultimo capitolo della sua campagna per dare voce al dolore e alla commemorazione, in un modo che possiamo definire poetico grazie alla collaborazione con Jessica Lakritz di Skin On Sundays, artista di fisiopoesia (poesia del corpo).
Jessica Lakritz spera che, vedendo queste immagini, altre donne che hanno sperimentato una gravidanza o morte perinatale possano sentirsi legate l’una all’altra per trovare un po’ di sollievo dal loro dolore.
Per coloro che non hanno mai sperimentato questa perdita, Lakritz crede che queste foto possano aiutarle a capire quanto possa essere traumatica la gravidanza e la morte perinatale e ispirarle a essere più sensibili nei confronti delle donne che hanno sofferto, in quanto “la comprensione è un ponte verso la vera empatia“.
Jessica Lakritz ha ascoltato le storie di ogni donna che ha partecipato al progetto e per ognuna di loro ha tradotto l’ esperienza in poesia.
La maggior parte delle donne, ha raccontato l’artista in una intervista, non ha letto le loro poesie fino al giorno delle riprese fotografiche. Quando è stato il momento di leggere quanto aveva scitto, le emozioni sono state forti come immagino siano state le vostre alla vista di queste immagini.
Più condividiamo le nostre storie di angoscia e speranza, tanto prima normalizziamo il dolore del dolore
