Perchè la fertilità diminuisce dopo una certa età per la donna? La risposta in alcuni geni specifici

Noi donne veniamo spesso trattate con la data di scadenza. Soprattutto quando si parla di fertilità. Ci viene detto che dopo i 36 anni la fertilità cala drasticamente anche se già da 30 le cose iniziano a peggiorare.

Eppure nonostante ciò, l’eta in cui si mette al mondo il primo figlio è sempre più alta. Ogni anno i dati ISTAT su natalità e fecondità ne sono una conferma.

Quasi il 45% diventa mamma per la prima volta sopra i 30 anni.

Con la conseguenza che si impiegano più mesi per riuscire a concepire un bambino e spesso si deve ricorrere a qualche aiutino per favorirlo. Anche le complicazioni materne e/o  fetali sono maggiori dopo una certa soglia di età.

Gli scienziati hanno recentemente  trovato una possibile ragione per cui le donne perdono gradualmente la loro fertilità  grazie a una ricerca  pubblicata su Science Translational Medicine che potrebbe aprire la strada a trattamenti  specifici per estendere l’ età fertile delle donne oltre il loro limite biologico.

La ricerca ha preso in considerazione gli ovociti prodotti da donne che si erano sottoposte a trattamenti per aumentare la loro fertilità. Si  scoperto che  la funzionalità  di numerosi geni di riparazione del DNA diminuisce con l’età. Questo declino sarebbe  accelerato nelle donne verso l’età della menopausa e ciò sembra così chiarire perchè dopo i 40 anni la donna è al limite della sua fertilità.

Quando i geni che riparano il DNA, che sono contenuti nei cromosomi delle cellule uovo,  non compiono più come dovrebbero il loro lavoro,  gli ovociti  si  alterano e vanno incontro  rapidamente a un processo di morte cellulare.

I risultati  suggeriscono di conseguenza la  possibilità di  estendere la fertilità di una donna  mettendo a punto un trattamento che conservi la funzionalità dei geni di riparazione del DNA all’interno delle cellule uova.

I ricercatori stanno attualmente già testando alcune sostanze in laboratorio volte a questo scopo e tale  trattamento potrebbe essere in grado di estendere la capacità di una donna di avere figli fino a 50 anni.

I risultati della ricerca

I ricercatori  si sono messi a studiare questi particolari geni dopo che si era scoperto che le donne con rischio di cancro al seno perchè portatrici della mutazione al gene BRCA1,  erano meno sensibili ai farmaci che venivano  utilizzati per stimolare l’ovaio a produrre ovociti nelle procedure di conservazione della fertilità.

In sostanza  le donne con la mutazione al gene BRCA1 avevano prodotto meno ovociti sotto stimolazione rispetto a quelle senza mutazione.

BRCA1 è un gene di riparazione del DNA, e pertanto i ricercatori  hanno iniziato a esaminare più in generale il ruolo di  altri geni di riparazione del DNA femminile in relazione alla fertilità.

Sono stati esaminati gli ovociti di  24 donne con un’età compresa tra i 24 e i 41 anni e hanno scoperto che il gene BRCA1 e altri 3 geni di riparazione del DNA erano molto meno attivi a livello delle cellule uova nelle donne  più anziane rispetto a quelle più giovani. Questo indica pertanto che nel tempo i geni di questo tipo perdono via via la loro capacità di riparare i  danni del DNA a livello delle cellule  uovo.

Le donne nascono con circa 1 milione di ovuli nelle loro ovaie, ha affermato  il Prof. Okay, uno degli autori dello studio, e il numero diminuisce gradualmente nel corso del tempo. Eppure, quando le donne raggiungono i 40 anni le uova iniziano a degradare ad un ritmo molto più veloce, per ragioni che sono stati a lungo misteriose. All’età di 37 anni, una donna ha forse solo 25.000 cellule uovo rimaste.

I ricercatori hanno anche cercato di valutare i livelli di delle cellule uova nelle donne con la mutazione al gene BRCA1 e e li hanno confrontati con un gruppo di controllo di donne della stessa età senza la mutazione genetica. Le donne con la mutazione BRCA1 hanno un invecchiamento accelerato delle loro cellule uovo e sarebbe pertanto necessario per queste donne cercare di avere figli prima dei 35-36 anni 

Fonte: http://stm.sciencemag.org/content/5/172/172ra21