Gabriele, a differenza della sorellina che è stata una sorpresa, lo abbiamo cercato. Lui era lì, pronto, sembrava non aspettasse altro. Mi sono subito sentita incinta: strana sensazione al seno, desiderio da subito di sapori acidi…
Mio marito: “non è che non credo che hai i sintomi, ma che sia la tua mente a produrli!”.
I giorni fino al successivo ciclo non passavano mai. Io sapevo di essere incinta, ma avevo bisogno delle prove… Dieci giorni prima della data prevista per il successivo ciclo c
Conosco i miei polli, quindi faccio una foto al risultato e la mando a mio marito, ma lui rimane scettico. Dopo una settimana compro un altro test, mentre sono fuori per lavoro, entro di soppiatto in una farmacia e, senza farmi vedere dal collega che mi accompagna, esco con il mio anonimo sacchettino. Dopo 12 ore in giro, tra clienti e ristoranti torno a casa e nel sacchettino manca qualcosa….spero proprio di non averlo perso nella macchina del collega….che figura, pensa se è così e la moglie, una distinta signora siciliana sulla sessantina, glielo trova. Dopo questo simpatico siparietto, corro, prima che la farmacia chiuda, a comprarne un altro. Anche in questo la seconda linea è appena visibile. Di nuovo il bla bla bla di mio marito.ompro un test di quelli precoci. Lo faccio da sola ed eccola lì la seconda lineetta, si vede appena, ma c’è.
Esco di nuovo, il farmacista sta volta si mette a ridere e mi regala il 4° test, sta volta ne compro uno di quelli digitali in cui compare la scritta: Incinta (e che cavolo!). La scritta compare e io e San Tommaso ci scambiamo gli auguri. La gravidanza passa, tra alti e bassi, tra corse in pronto soccorso col cuore in gola e profondi sospiri di sollievo.
E’ tutto diverso dalla prima. Non mi accorgo quasi di essere incinta, non ci penso spesso, anche se gli ultimi mesi le dimensioni pachidermiche del mio corpo me lo ricordano spesso. C’è Chiara nella nostra vita e nella nostra quotidianità, è lei a tenerci sempre impegnati. Così , ogni tanto arrivano i sensi di colpa. Non ascolto più musica classica, come facevo per lei, ma le canzoni dei cartoni, non parlo tanto col pancione, penso che avrà molte cose di seconda mano e soprattutto mi faccio una domanda che mi pesa come un macigno: Gli vorrò bene come ne voglio a Chiara?
Mia mamma, che di figlie ne ha 4, preparatissima sull’argomento , continuava a ripetermi: “L’amore non si divide, si moltiplica”.
Bho, sarà, ma onestamente mi sembrava poco credibile, lo presi come un atto di fede e sperai che fosse vero.
Passano 8 mesi e mezzo e una notte, durante uno dei miei soliti risvegli, mi rendo conto di aver tutto il pigiama bagnato. E’ il 9 dicembre, non può essere sudore, e per l’incontinenza senile mi sembra un po’ prestino. Sveglio mio marito e gli dico eccitatissima che mi si sono rotte le acque e gli faccio vedere il pigiama, ma San Tommaso non mi crede. Cioè non è che esclude del tutto che possa trattarsi di quello, ma potrebbe anche non essere così….ma cos’altro dovrebbe essere????
Lo ignoro, mi cambio, sveglio mia suocera e prendo la valigia. Si parte, comunque dovesse andare fra poche ore vedrò il mio Gabriele e la prossima volta che rivedrò questa casa sarà con lui in braccio, penso.
Arriviamo al pronto soccorso e dopo un controllo sulla quantità di liquido, anche l’ostetrica sembra un po’ scettica, ne ho ancora una quantità esagerata. Eccolo lì, solo questo aspettava di sentire mio marito, che fa quell’espressione come a dire “lo sapevo io!”. Allora mi fanno un test e risulta positivo…ovviamente! Quando l’ostetrica si gira faccio un gestaccio a mio marito…!
Ma le contrazioni non sono ancora partite, non si muove proprio niente. Adesso posso scegliere, o aspettare 24 ore che il travaglio cominci o firmare un consenso e procedere con l’induzione. Sono sveglia dalle 4, sono le 6 e sono già stanca, il travaglio poi non è proprio una passeggiata e non voglio arrivarci distrutta, quindi firmo per farlo cominciare il prima possibile.
Alle 15.30 mi portano in una bellissima stanza rossa, faccio mettere un cd di Allevi, anche se sono cosciente che con il dolore che sentirò, dovesse esserci anche della musica satanica, non me ne renderei conto.
Mi fanno una flebo di ossitocina alle 15. 45 e il travaglio comincia subito, fortissimo.
Chiedo l’epidurale, chiedere non è il termine esatto, imploro, supplico, piango per averla, ma mi viene risposto che l’anestesista è impegnato, ma “stia tranquilla, arriva, e comunque se lo sente così forte è perché Gabriele è già in posizione” . Io sono in travaglio, ma non è che ho perso i sensi, so che non lo faranno mai venire: è un’induzione e l’epidurale potrebbe rallentare il tutto, non sono una primipara e poi è un ospedale di impronta cattolica, dove a dispetto della garanzia di un’anestesia h24, sopravvive ancora la convinzione che naturale è meglio e che se Dio l’ha voluto così…
Urlo, dicendo che non voglio essere presa in giro, e chiedo a mio marito di intercedere, ma le risposte sono sempre le stesse.
Ok, penso, se devo soffrire, allora facciamo che duri il meno possibile. Faccio chiamare l’ostetrica perché io mi sento pronta, voglio spingere. Sono le 18.20. Io spingo più forte che posso, più a lungo che posso. Mentre sono concentratissima vedo l’ostetrica che lancia un’occhiata alla ginecologa, che è appena arrivata, e dice che non sente il battito. Le due mi sembrano però abbastanza tranquille e io torno a concentrarmi sulle spinte. Ne discutono ancora, fino a che decidono di inserire una specie di sonda per sentirlo da dentro. Non fanno neanche in tempo che alle 18.28 faccio nascere il mio piccolo Gabriele.
Passa il dolore, istantaneamente e come uno tsunami arriva l’amore, fortissimo, per quella creaturina che mi hanno sdraiato sulla pancia. Lui, tenero, si addormenta subito e, complice un po’ di liquidi nel naso, comincia un dolce russare. Io mi sento tutta carica di adrenalina, che non mi fa sentire la stanchezza, sono solo felice e un po’ orgogliosa per avercela fatta.
Nel frattempo sento prima un rumore come di campane tibetane e poi un tonfo, è mio marito, è svenuto cadendo prima su un tavolinetto d’acciaio e ora è disteso per terra in sala parto.
Scoprirò dopo che aveva appena spedito il seguente messaggio ai nostri familiari: E’ nato Gabriele. Lui e la mamma stanno bene, io invece sto svenendo.
Dopo un po’ di preoccupazione e di ilarità del personale medico (io sempre serafica col mio piccolo in braccio) ci lasciano soli per un paio d’ore. Si è fatta sera e grazie alla complicità di un simpaticissimo infermiere di nome Piero, riusciamo a portare Chiara in sala parto a conoscere il fratellino.
La serata si conclude così, in 4, in una stanza rossa, ma visto che è domenica sera, che la mamma ha faticato tanto e che è il suo piatto preferito, ci dividiamo una pizza col salame piccante. Perché in fondo il parto è una cosa naturale e noi lo abbiamo vissuto e festeggiato così, come il compleanno di Gabri numero zero.
Alessia
