Ho avuto una gravidanza tranquilla, i ginecologi la chiamano fisiologica. Molte nausee fino all’inizio del quinto mese e tanta stanchezza nei mesi successivi, ma bimbo sempre vitale (molto vitale!) e con parametri nella norma.
Sia il ginecologo che mi aveva seguito privatamente sia quello interno dell’ospedale, da cui mi ero fatta visitare qualche giorno prima del parto, mi avevano avvisato di non aspettare le classiche due ore dall’inizio delle contrazioni regolari per andare all’ospedale: non appena i dolori si fossero fatti sentire, mi sarei dovuta preparare ed uscire. Senza fretta, ma senza neanche “troppa calma”. Questo perché nelle ultime settimane i miei tessuti interni erano morbidi e perché il collo dell’utero era svasato e abbassato ad 1 centimetro. Chiaramente i dottori cercavano di rassicurarmi sul fatto che il mio travaglio sarebbe stato breve, ma in realtà avevo un po’ di confusione in testa perché non avevo ben capito quando sarebbe stato questo fatidico “momento giusto” per andare in ospedale. In realtà, in linea di massima, ero abbastanza tranquilla in quegli ultimi giorni; io sono un tipo ansioso e, conoscendomi, mi stupiva questa mia relativa calma, nonostante fossi al mio primo parto.

In ogni caso, come avevo letto in tanti forum (compreso questo, sempre utilissimo), quando è arrivato il momento l’ho capito subito, però confesso che nel mio caso è stato veramente semplice: mi si sono rotte le acque all’improvviso, alle 3 di notte passate, quando stavo riposando a letto. Nessuna avvisaglia il giorno precedente, se non delle perdite di colostro molto più abbondanti del solito. Mancavano 11 giorni alla DPP, ma avevo sempre avuto la sensazione che al termine non ci sarei mai arrivata. Ho subito svegliato mio marito e ho controllato che il liquido fosse trasparente, come mi avevano detto al corso preparto.
Siamo arrivati in reparto verso le 4 e poco dopo mi ha visitato il ginecologo di turno, che era lo stesso che mi aveva visitato pochi giorni prima. “Ah, lei è la signora messa bene” mi ha detto. Speravo tanto avesse ragione. In effetti io non sentivo ancora nessun dolore ed ero già di 3 cm.
In sala parto l’ostetrica mi ha fatto cambiare ed andare in bagno e alla visita successiva qualche minuto dopo ero di 5 cm. Cominciavo a sentire qualche doloretto, ma assolutamente sopportabile. Avrei chiesto l’epidurale, avevo fatto tutti gli esami apposta, ma in quel momento il dolore era decisamente più che gestibile. Alle 6.00 ero dilatata di 10cm ed era quindi il momento di spingere. Infatti i dolori sono diventati improvvisamente tremendi. Cercavo di spingere ma non riuscivo. Forse non era ancora il momento? Forse mi sono inibita per tutto quel dolore improvviso? Forse mi sono sentita improvvisamente “in trappola”? [Non so perché ho pensato e scritto “in trappola”, ma in quel momento riuscivo solo a pensare che dovevo fare per forza i conti con tutto quel dolore e che di lì a poco tutto sarebbe cambiato. Volevo tantissimo quel bambino, ma in quel momento avevo così tanta paura e così tanto dolore da essere pietrificata].
Alle 7.30 c’è stato il cambio turno e io ero ancora lì a tentare di spingere senza riuscirci. Mio marito cercava di farmi coraggio e io mi aggrappavo al suo braccio, al suo collo, lo mordevo. Mi chiedevo perché non fossi capace di spingere. Spingevo con tutta la forza che avevo, ma la indirizzavo male: avevo 4 persone a tenermi aperte le gambe (compreso mio marito) perché io durante le contrazioni le chiudevo. Una situazione quasi comica, in effetti. Poi, ad un certo punto, qualcosa è cambiato. Forse avevo capito come fare, forse era semplicemente giunto il momento. “Questa è buona” sento dire al ginecologo durante una contrazione. E l’ho spinto fuori tutto insieme. Avevo talmente tanto dolore che non l’ho neanche sentito uscire. E infatti ho chiesto: “E’ uscito?”. Ragazze, dovevo essere proprio comica in quel momento.
L’ostetrica ha declamato l’orario (8.46) e me l’ha appoggiato sul petto. Mi è piaciuto subito, mi è sembrato subito bello. Impossibile che sia già così bello appena nato. “Amore, conta le dita, ci sono tutte?”.
Avevo partorito, ce l’avevo fatta, ma mi sentivo un’incapace. Era come se non fossi stata in grado di prendere le redini della situazione. Mentre visitavano il bimbo (che era sanissimo, come io intimamente sapevo) mi hanno tirato fuori la placenta, che non voleva uscire (occhio ragazze: la placenta può fare male, non vi spaventate se succede perché è normale) e mi hanno ricucito per bene: lacerazione di secondo grado (e io intanto pensavo: “vedi cosa succede a non tagliare?”).
Non so se è stato un parto bello o brutto. E’ stato il mio parto e, inutile dirlo, è l’evento che ha cambiato la mia vita. In meglio.
Ma i primi giorni sono stati infernali. Il mio Tommaso non si attaccava bene al seno e non ho ricevuto nessuna assistenza o quasi, né in ospedale, né al consultorio. In ospedale mi hanno dato il paracapezzolo e mi hanno dimesso senza giunta, quando il bimbo continuava a calare. La sera stessa mi è arrivata la montata, ma avevo una quantità di latte immensa e Tommaso non succhiava a sufficienza. Nel giro di due giorni mi è arrivata la mastite, io stavo male per i punti e per la febbre alta. Non un cane, neanche in consultorio, che mi abbia detto di prendere un antibiotico o di tirarmi il latte. Così, al controllo successivo in ospedale, dopo una settimana, il bimbo era calato di peso. Non riuscirò mai a fare pace con il fatto di non essere riuscita ad allattarlo, con il fatto di avergli fatto soffrire la fame, con il fatto di non aver ricevuto il supporto di cui avevo bisogno. Comunque, da quel giorno sono passata all’artificiale, il bimbo ha ricominciato a crescere ed è sempre stato bene. Adesso è uno splendido e vivacissimo bimbo di sette mesi. Lo amo sinceramente.
Il mio consiglio alle future mamme è questo: se volete allattare, tenete presente che non sempre è così semplice e naturale; bisogna combattere e non sempre si ha così tanta forza dopo il parto. Informatevi prima, andate a tutti gli incontri possibili (a me il corso preparto non è bastato), leggete tutto il leggibile, capite prima quali sono i servizi del territorio che vi possono servire.
In ogni caso, vi auguro di cuore di essere così felici come lo sono io.