Racconti di parto: Emanuela e la nascita di Dario

Ho deciso di raccontare il mio parto per dare coraggio a tutte le future mamme spaventate, per dire loro che le cose possono andare bene… e anche un po’ per me, per non dimenticare quel giorno così speciale!

La mia è stata una gravidanza tranquilla, funestata solo da un noioso diabete gestazionale, comunque ben controllato con la dieta. Mi sono sempre mantenuta molto attiva, sentivo che mi faceva bene; al quinto mese ho cominciato ad avvertire contrazioni di Braxton-Hicks, dal settimo il bimbo era posizionato cefalico e bello basso, dalla fine dell’ottavo il collo dell’utero aveva iniziato a raccorciarsi e ad essere pervio al dito.

Ero serena, sentivo che non era il momento, ho continuato la mia vita di sempre per quanto possibile; prima di restare incinta un po’ temevo il parto, verso la fine no, avevo paura solo che succedesse qualcosa al piccolo, non mi importava per me, ero pronta ad affrontare qualunque cosa. Ho comunque scelto un ospedale di cui mi fidavo e ho fatto la visita per richiedere l’epidurale se necessario; il mio compagno voleva essere presente e ne ero felice, sapere di averlo al mio fianco mi dava coraggio.

Arrivai a 39 settimane giuste… ormai ero stanca, tanto goffa e pesante, dormivo male… era una domenica, l’ultima di carnevale. Mi svegliai di colpo, era ancora buio.

Capii subito cosa aveva interrotto il mio sonno: ero bagnata tra le gambe, un bagnato “strano”. Scivolai giù dal letto e andai in bagno, sapevo che non era urina e volevo capire se era sangue o “acque” e se erano tinte, segni che dovevamo correre. Era liquido amniotico e per fortuna perfettamente trasparente. Tirai un sospiro di sollievo e sentii una grande tranquillità: “ci siamo”, pensai, ma non ero spaventata, chissà perchè. Erano le 7.00.
Con calma feci una doccia, preparai la borsa davanti alla porta, mangiai un po’ di cioccolata, chiamai l’ospedale per avvisarli del nostro arrivo e andai a svegliare il mio compagno, che ancora ronfava beatamente malgrado il trambusto. Non dimenticherò mai la sua faccia quando accesi la luce in camera e pronunciai le fatidiche parole “ci siamo, amore, ho rotto le acque, dobbiamo andare in ospedale”. Se gli avessi versato addosso una brocca di acqua fredda sarebbe stato meno sconvolto. Malgrado il suo notevole self control abituale si catapultò giù dal letto e mi ci volle qualche minuto per convincerlo a prepararsi con calma e fare colazione.

Alle 8.30 circa arrivammo in ospedale (era piuttosto lontano da casa), dove constatarono la rottura del sacco e mi attaccarono al monitoraggio.

Doveva essere una giornata iniziata in modo piuttosto frenetico, perchè sentivo il personale che andava avanti e indietro nelle stanze vicine, voci concitate, lettini spostati. Oltretutto era proprio il momento del cambio turno. Infatti mi avevano detto che il monitoraggio sarebbe durato una ventina di minuti, in realtà restai lì quasi tre quarti d’ora.

Poco male, le contrazioni erano piuttosto forti ma non dolorose, il piccolo si muoveva, il mio compagno sbadigliava e io guardavo fuori dalla finestra. Eravamo al quarto piano, sarebbe stato anche un discreto panorama, peccato che dopo settimane di tempo mite e soleggiato pioveva e la vista sulla città era piuttosto deprimente, un mare di tetti grigi e bagnati.
Finalmente mi staccarono il monitoraggio, ci accompagnarono nell’ambulatorio medico per la visita e l’accettazione e lì ebbi la piacevole sorpresa di vedere un viso noto, infatti il medico di turno era lo stesso che mi aveva fatto le eco dalla morfologica in poi, mi era simpatico. Anche lui mi riconobbe e l’atmosfera si fece subito piuttosto informale, ci mise davvero a nostro agio. La visita confermò la rottura del sacco e collo pervio al dito.

Le contrazioni erano ancora leggere, firmai le carte e il medico se ne andò, avvisando l’infermiera di farmi preparare il letto. Erano circa le 9.30 e come fummo soli io e il mio compagno, iniziai a passeggiare per la stanza: i dolori stavano aumentando, comunque ancora sopportabili e discontinui. Dopo un po’, tornò l’infermiera (per la verità chiamata dal mio compagno, preoccupato perchè si era reso conto che le cose stavano procedendo piuttosto velocemente) e mi accompagnò in stanza, stupita anche lei da come stava evolvendo rapidamente il travaglio. Mi disse di cambiarmi e chiamò l’ostetrica, la quale arrivò giusto in tempo per… non vedermi! Infatti le contrazioni stavano aumentando rapidamente di intensità e le gestivo meglio stando carponi… dietro il letto, così che quando entrò sembravo sparita!

Fu il mio compagno a dirle ridendo “si è nascosta lì dietro” e anche l’ostetrica si mise a ridere; era simpatica e molto gentile, mi diede subito un’ottima impressione e tentai di ridere anch’io, malgrado apprezzassi meno degli altri la comicità del momento, dato che i dolori stavano diventando davvero forti. Così, dopo una breve doccia calda che non mi diede alcun sollievo, mi portarono in sala travaglio.

Lì l’ostetrica mi visitò di nuovo e… sorpresa! Ero ormai a circa 7 cm! “Mannaggia, neppure l’epidurale posso fare ormai” dissi… e in effetti, non c’era davvero il tempo. Avrei dovuto cavarmela da sola. L’ostetrica mi mise una cannula al volo (bravissima!) tra una contrazione e l’altra, che ormai si susseguivano senza tregua ed erano davvero forti, crampi come coltellate al basso ventre.

Riuscivo a resistere solo stando carponi sul letto, per fortuna mi lasciarono sempre massima libertà di movimento. Se finora ero riuscita a non gridare, ora non mi trattenevo più, anche se cercavo di respirare come suggeriva l’ostetrica. Il mio compagno, nel frattempo, aveva ripreso la sua sicurezza e la sua calma abituali, per fortuna; era lì al mio fianco, mi teneva la mano e mi incoraggiava, è stato bravissimo. Ad un certo punto medico e ostetrica decisero di farmi uno spasmolitico, per ridurre leggermente le contrazioni dando modo al collo dell’utero di centralizzarsi e dilatarsi del tutto più facilmente: fu davvero una mano santa e arrivai così a dilatazione completa in poco tempo.

Mi resi conto che qualcosa stava cambiando, la pancia stava, in un certo senso, spingendo da sola e lo dissi all’ostetrica, che con grande umanità rispettò quando le dissi che non ce la facevo ad arrivare in sala parto, di lasciarmi lì, fu gentilissima.

Mi propose lo sgabello olandese e fu un’altra scelta azzeccatissima, lì stavo davvero comoda, il mio compagno mi teneva tra le braccia da dietro. Le contrazioni erano fortissime, non facevano quasi più male, però, mi spaventavano solo un po’ per la sensazione di non controllarle completamente e perchè mi mozzavano quasi il respiro, a causa della loro intensità. Sapevo però che non potevo certo tirarmi indietro… dovevo andare fino in fondo e mi affidai completamente al mio corpo e alle mani dell’ostetrica, che fu bravissima nell’indicarmi quando spingere e quando aspettare: mi salvò probabilmente da una brutta lacerazione, dato che il bimbo era grosso. Non sentivo dolore in quei momenti, ero in balia della situazione… una situazione strana ma non spiacevole. Il male era passato. Poche spinte e “si vedono i capelli! Vuoi toccarli?”. Scossi la testa, sentivo che stava per nascere e volevo essere concentrata. Ancora una spinta forte e sentii il bambino scivolare fuori, una sensazione indescrivibile, come essere svuotati all’improvviso e un’emozione unica al sentire il suo primo vagito.

Erano le 12.04.

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Me lo appoggiarono sul petto subito, così bagnato e sporco com’era, coperto solo da un telo caldo… Era bellissimo, perfetto, non aveva sofferto minimamente tanto che cercò quasi subito il seno; 3.830 kg per 52 cm. Io lo guardavo senza parole, mentre la placenta scivolava fuori senza dolore e il papà tagliava il cordone.
Mi rimisero sul letto, sempre col mio cucciolo addosso, il medico cuciva (grazie alla competenza dell’ostetrica però cucì ben poco, me la cavai con un paio di punti superficiali) e l’infermiera mi attaccò una flebo di ossitocina per far contrarre l’utero dato che sanguinavo un po’ più del dovuto. Poi mi ripulirono e ci lasciarono soli, noi tre, a fare conoscenza… in quel momento il tempo si fermò, c’era solo felicità e pure emozione.

Dopo un po’ il papà portò il piccolo a fare il primo bagnetto… una breve pausa da sola, a riprendere le forze… poi tornarono e mi commossi a vedere il mio cucciolo in braccio al suo papà, che si avvicinavano: era iniziata la nostra meravigliosa avventura in tre!”
Un grazie di cuore, a tutto il personale medico e ostetrico dell’ospedale civile di Pordenone, per la grandissima professionalità e umanità dimostrate in ogni momento.
Emanuela